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Sculture




Biografia

Graziano Spinosi è nato a Bologna il 13 Gennaio 1958.
Nel 1980 si diploma presso l'Accademia di Bella Arti di Bologna.
La sua ricerca si è sempre caratterizzata per l'impiego dei
più svariati materiali, soprattutto poveri e di scarto industriale.
Dal 1994 insegna presso l'Accademia di Belle Arti di Ravenna.
Vive e lavora a Santarcangelo di Romagna,
in provincia di Rimini, Italia.


Critica

GIANCARLO PAPI
Repubblica di San Marino
Logge dei Balestrieri
Dal 1 Giugno al 30 Giugno 2002

Il ventre pulsante della vita e dell'arte
Quando la mano dello scultore cominciò, molto tempo fa, ad essere presente non solo con la genialità del tocco, ma anche con il duro lavoro del fare e del rifinire, il terreno sparì da sotto i piedi, non più di argilla, della scultura. Alle voci isolate, per dire, di Gabo, di Gonzales e di Archipenko, si unì presto un coro internazionale. Se la scultura aveva già allora cominciato a divenire spazio, con Calder abbandonò la terra, e il nuovo problema, condiviso dall'architettura, diventò quello di mantenere le ambite levità senza perdere i grandi effetti degli antichi, solidi monumenti.I nuovi maestri del metallo e dello spazio provvidero a fornire le risposte, ed è nel clima delle loro opere che nasce, prende corpo e si sviluppa il lavoro di Graziano Spinosi, un artista appartato, “fuori contesto”, nel senso che proprio nel momento in cui si sente dichiarare pressoché universalmente la volontà di tradire e mischiare generi e statuti per farli confluire in un unico linguaggio “nuovo”, lui rialza gli antichi steccati tra i generi, magari spostando più in là i confini tra pittura e scultura, transitando indifferentemente dall'una all'altra.L'operazione è imprescindibile per il suo lavoro, perché possa essere ancora possibile un nuovo operare plastico, un senso artigianale di fare scultura dopo le esperienze recenti e meno recenti. Le soluzioni minimaliste, concettuali, ambientali, poveriste, di land art, di body art, tutte più o meno implicate con la scultura, ne negavano tuttavia, ognuna, un assunto specifico per immettervi differenti motivazioni attinte da altri linguaggi.Ne conseguiva una sostanziale ambiguità che Spinosi, invece, ha superato assumendo totalmente lo statuto della plastica, lavorando con le mani, come risulta dalla felice, dolce e sensuale manipolazione di una materia nuda e armata allo stesso tempo. Si tratta del filo di ferro e dell'intonaco. Il primo ha struttura propria, ortodossa alle leggi statiche, e a un tempo grafia, tentazione demateriante; il secondo ha una sua concretezza opaca, asperità, imperfezioni. Elementi inestetici su cui Spinosi punta per ridare forma e significato alla materia.E' una visione quindi, la sua, costruttiva e lucida, scaturita da un impianto non sempre esibito, che non genera mai un effetto greve, ma piuttosto di solidità dove ciascun tondino di ferro è efficacemente raccordato ed agganciato con il suo prossimo e amalgamato con l'intonaco. E' da questi materiali che Spinosi ottiene gonfiori, ventri, come fossero forme gigantesche generate dalla terra e sempre fecondi.Sono, quelle di Spinosi, sculture “intime” che si offrono, oltre che allo sguardo, a un desiderio emotivo, proiettivo, tattile. Sono sacche-serbatoi di materia all'apparenza porosa, come a voler significare il respiro, una vitalità segreta, pulsante. Sono perciò forme inquiete, evocanti corpi che sintetizzano i desideri inconfessati, le ansie nascoste. Sostenute da grandi gambe che si inarcano, sospese tra passato e futuro, sono presenze forti e tangibili nello spazio, che non si attardano su frigidi formalismi, tra l'improduttivo gusto del vuoto e il cattivo gusto del surplus.Nella loro primitività hanno una compostezza severa, quasi ascetica nella loro eleganza solenne. Per questo motivo, al contrario, per esempio, dei minimalisti americani, che ci pongono di fronte al mistero della materia senza commenti, Spinosi di questa vuole mostrare la tensione del corpo plastico, quella specie di volontà interna alle cose che vuole tendere alla perfezione della forma, in una specie di neoplatonismo di cui la scultura, specialmente quella europea, è così spesso debitrice.In questo percorso, che come ogni percorso di conoscenza, è anche un percorso ascetico - cioè di ascensione - Spinosi riesce con i suoi Nidi a far sì che le leggere, deboli, disarmate virtù contemplative dello Zen entrino in simbiosi, in collaborazione con la pesantezza del ferro e la resistenza dell'intonaco.Di fronte a queste opere si vive una dimensione di contemplazione, di meditazione e in una società quale è la nostra, dominata dai simulacri, dall'autoreferenzialità, dall'iperattivismo, quella che riesce a creare Spinosi con le sue sculture, ci parla del Nido come luogo di protezione continuamente insidiato dalla vita quotidiana. Il nido diventa allora un'icona vivida, assume una fisicità prepotente, è il simbolo dell'impossibilità di abitare la vita in modo definitivo. Tuttavia, nonostante le minacce incombenti, esso si rivela anche luogo delle memorie, che qui si raccolgono e sedimentano, indicando la via verso l'atemporale.I lavori più recenti di Spinosi sottolineano l'assenza come vertigine indistinta e profonda, il vuoto come grembo vitale, femminilità ospitante, al limite con l'emozione della maternità, che non è chiusura, preservazione di un segreto, ma piacere del contenere e del ricevere ponendo l'accento sul ritmo dell'esistenza. Queste opere, che rimandano alla Madonna del Parto di Piero della Francesca, nello spazio assumono quasi un valore sacrale, come a voler sollecitare la capacità di recuperare una dimensione autentica, sospesa tra la forma pura e l'allusività corporea.Spinosi, cioè, alla poetica “fredda” dell'oggetto minimalista preferisce la suggestione “calda” di un riferimento mimetico dal doppio senso iconografico. Da un lato vi è infatti un'accurata preoccupazione formale, la fattura impersonale, l'autonomia dell'oggetto in sé compiuto, la trattazione di aspetti intimamente plastici; dall'altro lato vi è invece l'indagine dei motivi, dell'equivocità come principio operativo, del dubbio come metodo di indagine e di ricerca. Così che, diversamente da tanti “nuovi” scultori che esaltano la flagranza oggettiva dell'entità primaria della materia metallica, in Spinosi si delinea come sfida a neutralizzare, con la perizia degli antichi maestri fabbri e alchimisti, quelle proprietà di renitenza, inerzia, gravità che la materia ferrigna ostenta, opponendosi alla elementarità e leggerezza del gesto umano.In ciò, la sua volontà di concretezza ha l'umiltà di tutta la grande arte, segretamente ambiziosa, ma serenamente sottomessa all'impegno quotidiano, pur di giungere al risultato dell'opera.

Giancarlo Papi, Repubblica di San Marino, maggio 2002

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