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Sculture




Biografia

(Firenze, 1961- vive a Montepulciano, lavorando a Serre di Rapolano)

Proveniente da una famiglia di scalpellini e lavoratori del marmo, studia al Liceo artistico poi all'Accademia di Belle Arti di Carrara, esordiendo in questo decennio con opere realizzate in marmo e soprattutto in travertino, pietra che l'artista sente come “più istintiva, più minimale, più primitiva e anche più povera”. L'ispirazione dello scultore non si confronta tanto con la figura, piuttosto recupera la suggestione del razionalismo rinascimentale. Come scrive Omar Calabrese: “Non figure sono infatti le sue, ma monumenti che sanno d'antico, altari, ad esempio. O stele. O grandi archi trabeati. O templi in rovina di colonne. Quasi che la scultura, nel suo caso, dovesse riportarci indietro, a una visione mitica e mistica dell'oggetto collocato sul terreno a testimonianza di una vicenda umana, ma nel desiderio di un contatto col divino, col sacro”. Nascono così le sue porte, spalancate o socchiuse contro il cielo; in esse le superfici si delineanonel contrasto tra effetti cromatici diversi, tra pieni e vuoti, nel contrapporsi fra linee verticali e acute diagonali che tagliano lo spazio, con effetti di accentuata solennità.


Critica

Riccardi Grazzi a cura di Omar Calabresei
E' fatale che la scultura, anche quando adopera materiali diversi, abbia a che fare con la pietra. Con le sue origini, cioè. Col fatto, come diceva Leon Battista Alberti nel Del Statua, che per prima cosa lo scultore "cava dalla pietra" le proprie figure, e questo richiamo alla pietra avviene puntualmente - anzi, sembra quasi programmaticamente - nelle opere di Riccardo Grazzi. Anche quando non c'è pietra, ma metallo o altri materiali ancora. In Grazzi, tuttavia, notiamo anche qualcosa di più. Il suo ricordo lapideo sembra quasi una mamoria dell'"età della pietra". Non figure sono infatti le sue, ma monumenti che sanno d'antico. Altaroi ad esempio. O stele. O grandi archi trabeati. O templi in rovina di colonne. Quasi che la scultura, nel suo caso, dovesse riportarci indietro, a una visione mitica e mistica dell'oggetto, collocato sul terreno a testimonianza di una vicenda umana, ma nel desiderio di un contatto con il divino, col sacro. Non a caso sono dei veri e propri indici puntati verso il cielo. Ma l'archeologia dell'"età della pietra" di Grazzi fa anche un curioso effetto contrapposto, sopratutto quando i materiali sono invece moderni. Insieme alla "nostalgia del futuro". Ovvero, quasi una dimensione fantascientifica, misteriosa oscura. Quella - mi si perdoni la citazione impertinente - del monolito di 2001 Odissea nello spazio, non per assurdo affiancato alla prima clava dell'uomo preistorico. Infatti, il passato estremo e il futuro estremo sono due facce della stessa madaglia: un'incertezza del sapere che conduce, come sosteneva Gianbattista Vico nella Scienza nuova, alla leggenda, al mito e alla poesia. Diplomato al liceo artistico e all'Accademia di Belle Arti di Carrara nel corso di scultura alla cattedra del professor Pier Giorgio Balocchi

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