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Sculture




Biografia

Le nuove ceramiche cotte a fuoco dolce influenzate dalla tecnica Raku

Parlare di ceramica raku per opere realizzate fuori del Giappone, soprattutto in Occidente, sembra essere una contraddizione. Questa viene superata quando con questo termine si intende la produzione di opere prodotte alla “maniera del raku” oppure “influenzate dalla tecnica raku”, da estendersi anche a quella produzione giapponese realizzata fuori dalla cerchia della famiglia Raku.
Nel libro di Nino Caruso Ceramica raku (Milano, Hoepli, 1982), egli risolve parzialmente il problema descrivendola, fin dal sottotitolo, come “antica tecnica giapponese rinnovata e reinventata in Occidente”. Questa tecnica si è diffusa in Occidente principalmente grazie al libro A potter's book del ceramista inglese Bernard Leach (London, Faber and Faber, 1940), nel quale l'autore descrive il modo di fare il raku appreso durante un soggiorno in Giappone.
Queste ceramiche fatte all'estero dimostrano una varietà d'espressione libera dal contesto storico e dallo stile tradizionale custodito in Giappone dalla famiglia Raku. E' ormai chiaro che tale diffusione deriva soprattutto dalle caratteristiche tecniche che la ceramica raku mette a disposizione: traendo vantaggio dalla spontaneità e immediatezza della cottura, si può ripetere la smaltatura di un pezzo; oppure un oggetto rimosso dal forno può essere sottoposto a forti riduzioni, ad un veloce raffreddamento, ecc. Tuttavia, una cosa deve essere sottolineata, queste sperimentazioni non vengono praticate nella tradizionale cottura Raku in Giappone.
Non si tratta pertanto di constatare che un'antica tecnica giapponese è stata rinnovata e re-inventata in Occidente, “ma che questa tecnica, e con essa tutte le connotazioni e implicazioni religiose, estetiche e d'uso, sia stata anche substrato fecondo in Occidente di reinvenzione e matrice di rinnovate ideazioni. Già in questo può esserci la lettura di una trasmutazione profonda di significato, ma solo se non ci si ferma all'episodicità” del fenomeno (G. C. Bojani, Raku. Una dinastia di ceramisti giapponesi, Torino, Umberto Allemandi & C., 1997, pp. 15-16). E' interessante notare quanto dice Kichizaemon XV Raku a questo proposito: “Similmente ad altre espressioni artistiche, la ceramica Raku non significa solo tecnica di cottura: è un'espressione artistica con una storia e uno stile caratteristico sostenuto da un'estetica unica e con un background concettuale. Con la conoscenza di questa ceramica, ora estesa a tutto il mondo, è diventato necessario per noi giungere a una fondamentale e migliore comprensione del Raku originale. Questo ci porterà a sviluppare un nuovo tipo di ceramica sicuramente più fruttuoso di un incontro culturale momentaneo. Nello stesso tempo, sarà necessario trovare un nome diverso per questi manufatti” (Ibidem, p. 84).


Critica

Marcello Pucci è artista autodidatta che nei primi anni di attività lavora quasi esclusivamente il ferro e materiali affini. E' del 1998 il suo “incontro” con l'argilla, quando frequenta in Urbania il corso del F.S.E. di “Tecnico per la Lavorazione Ceramica”. Da qui il percorso seguito nella ricerca formale e tecnica sui materiali argillosi si può definire in fieri. Le tecniche utilizzate nelle sue opere vanno dall'ingobbiatura alle riduzioni in forno, dal bucchero al raku.
Fare ceramica per lui non è pensare l'argilla unicamente come materiale da modellare, affine ad un qualsiasi altro materiale, ma è concepita come ricerca plastica rapportata al senso estetico propri di un'artista che vi aggiunge la consapevolezza tecnologica e la passione di un artigiano.
Ecco perché anche alle ceramiche raku di Marcello Pucci non si deve guardare come a qualcosa di occasionale, di altro da sé e dalla propria tradizione per il solo fatto che questa tecnica sembra decontestualizzata in Occidente, perché non sono certamente episodiche le innovazioni e re-invenzioni che sono alla base dei suoi lavori. Le ricerche sui materiali e sulle tecniche del raku lo hanno portato a sviluppare interessanti varianti, ormai lontane dal raku conosciuto grazie a Bernard Leach e Nino Caruso. Il raku si è evoluto in raku nudo e raku dolce, aumentando le possibilità grafiche ed estetiche di una tecnica che generalmente impedisce la realizzazione dell'espressione individuale meticolosamente calcolata.
Nelle prime ceramiche raku di Marcello Pucci coesistono la ricerca formale, anche di stampo tradizionale - si pensi ai grandi piatti che richiamano gl'istoriati urbinati e alla serie de I Madòn (1999) realizzati su un basamento a forma di ciotola - ed un'espressività figurativa che traduce i propri moti dell'anima - tra cui la serie di piatti uomo-crisalide (2000) e città-uomo (2001).
Nelle ceramiche di Marcello Pucci coesistono quei due elementi fondamentali e contrapposti propri della tecnica Raku: la spontaneità nella realizzazione a mano dell'opera d'arte e la consapevolezza nella sua rifinitura. Non è un caso che nelle ultime opere in raku nudo, dove è principalmente presente il lavoro di ricerca tecnica, egli abbia elaborato forme molto vicine alla filosofia zen e alla filosofia wabi, da cui hanno origine le tazze Raku per la cerimonia del tè, come le grandi ciotole in crequelle nero su terra pirofila e soprattutto la serie dei Sassi (2002-2003), elemento già presente nei giardini zen e già “creato” dalla natura e re-inventato come opera d'arte.

Massimiliano Cecconi

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