Sculture
Biografia
Lanfranco Picchi è un artista di Tivoli che si dedica da oltre trent'anni alla scultura.
È conosciuto soprattutto per le sue creazioni carnevalesche in cartapesta, essendo stato per lungo tempo e con soddisfazioni alterne il cuore propulsore del Carnevale Tiburtino.
Oggi, al centro del suo lavoro, scorgiamo i temi del rapporto fra uomo e natura, nel complesso divenire di una tecnologia che lo affascina per le sue potenzialità comunicative ed evocative, ma al tempo stesso lo spaventa, perché vede esplodere il big bang di un nuovo universo nel quale veniamo studiati e riprodotti in un'esistenza fittizia, sorretta dalla sola illusione di potersi sostituire alla realtà.
L'Uomo sembra non ricordare più la formula per rendere inoffensivo questo mostro, che è cresciuto a dismisura e ha sovrastato ogni modello originale di cui doveva essere la copia, trasformandosi in prototipo.
È per questo motivo che nelle opere di Lanfranco Picchi si muovono umani (o ex-umani) che evocano le stesse ansie di chi, duemila anni fa, intorno ai falò nel deserto ascoltava i rumori della notte.
La fuga verso un rifugio sicuro che sembra leggersi in molte opere dell'artista, nelle quali ritroviamo gli oggetti che legano l'Uomo alla sua natura animale, alla comune matrice Terra, non danno mai il segno del placarsi di quest'ansia, il rapporto con la natura non infonde serenità, perché disperatamente rivolto all'indietro, proteso alla ricerca di qualcosa che inconsciamente sappiamo appartenere al nostro passato, ma nella quale, da sola, non possiamo trovare indicazioni per il nostro avvenire.
Alberto Santarelli
Lanfranco Picchi
I momenti più significativi
e le principali opere dell'artista
1969
o partecipa come studente alla "Mostra didattica" del Liceo Artistico Statale di Roma (succ. S. Francesco di Sales) presso la galleria "Due Mondi" Roma;
1973
o la sua prima personale presso il "Teatro Città di Tivoli";
1974
o mostra collettiva di pittura e scultura presso i locali del dopolavoro E.N.A.L. di Tivoli;
o realizza una scultura in bronzo "L'uomo e la Scienza" per il "Tiburtino dell'anno" (assegnata al premio Nobel E. Segrè);
o realizza una scultura in argento, donata dal Villaggio Don Bosco di Tivoli, a Corrado Mantoni;
o mostra di arti figurative in occasione della "II Settimana Tiburtina dell'Arte e della Cultura" Rocca Pia;
1975
o mostra collettiva di grafica contemporanea presso il Centro Culturale Arti Visive di Tivoli;
1976
o mostra collettiva di scultura IV Settimana Tiburtina Arte e Cultura - Rocca Pia;
1977
o mostra collettiva di scultura V Settimana Tiburtina Arte e Cultura - Rocca Pia;
1978
o contributi d'arte - rassegna di pittura e scultura - Villa d'Este;
1979
o vince il "Trespolo d'Oro", 1° premio per la scultura "VII Settimana dell'Arte e della Cultura" del Settembre Tiburtino;
1981-98
o direttore artistico, progettista e coordinatore di carri e di gruppi mascherati per il Carnevale Tiburtino;
1982
o personale di scultura, ceramica e grafica presso l'Associazione Culturale Tiburtina, di cui è Direttore Artistico;
o realizza sedici disegni ad inchiostro che illustrano scorci di Tivoli per "Lu paese meu" (raccolta antologica di brani e poesie in dialetto tiburtino);
1983
o realizza dodici sculture in bronzo per il "Premio Villa d'Este";
o organizza insieme a P. Mercuri e Bianchini (Guelfo), la mostra "Artisti nella Scuola " rassegna simbolica di artisti che hanno operato, e operano tutt'ora, nel Liceo Artistico e Accademia di Belle Arti di Via Ripetta a Roma;
1983-84
o realizza per il Santuario di Fontecolombo a Rieti l'opera "La Via della Croce" (Via Crucis), quattordici formelle in terracotta;
1984
o organizza e dirige un corso di ceramica presso l'Associazione Culturale Tiburtina;
o organizza e dirige, con il contributo dell'Assessorato alla Cultura di Tivoli, un "Laboratorio di Cartapesta";
1985
o mostra collettiva dell'Associazione Artisti Tiburtini "Il Volto di Tivoli" per il 3200° Natale di Tivoli a Villa d'Este;
1986
o mostra collettiva dell'Associazione Artisti Tiburtini presso il Salone dell'Azienda Autonoma del Turismo di Tivoli;
1987
o mostra collettiva dell'Associazione Artisti Tiburtini per il 3202° Natale di Tivoli a Villa d'Este;
o organizza e dirige il secondo corso del "Laboratorio di Cartapesta";
1988
o mostra collettiva dell'Associazione Artisti Tiburtini per il 3203° Natale di Tivoli a Villa d'Este;
1989-98
o organizza l'allestimento dei carri e dei gruppi allegorici per il Comitato di Quartiere "Braschi" di Tivoli; crea all'interno del Comitato una sezione autonoma per la lavorazione della cartapesta che lo impegna a tempo pieno;
1991
o crea i simboli e distintivi per la Confraternita di S. Bernardino da Siena e progetta la macchina processionale che realizza insieme a due collaboratori;
1993
o realizza la statua lignea di S. Bernardino da Siena per l'omonima chiesa a Tivoli;
1994-98
o l'impegno dedicato alla cartapesta non lascia spazio ad altre creazioni
2000
o allestisce il suo nuovo studio con mostra permanente a Villalba di Guidonia (RM);
2001
o riprende l'attività artistica nel nuovo studio
Critica
La poetica
Una duplice testimonianza, quella di Lanfranco Picchi.
Quella di un artista inevitabilmente figlio ed erede culturale di stilemi e di mode, di rotture e di crisi, alcune inevitabili, altre sterilmente ricorrenti, che hanno segnato il nostro tempo. Quella di un uomo che, dalla fine anni sessanta alle soglie del nuovo secolo e millennio, testimonia quello che il poeta chiama “il male di vivere”:
la pena e l'angoscia di una società che al benessere di una parte del globo unisce vecchie e nuove miserie, ricorrenti crudeltà, di una civiltà che chiama benessere una vita mercificata e spiritualmente straniata.
L' Uomo e la natura è del 1969.
Possiamo considerala la prima di una poetica, quella più originale e sentita, che Picchi scultore ha portato avanti, con molte pause e divagazioni, per un trentennio. Opere che nascono al di fuori della committenza specifica o dell'impellenza promozionale, al di fuori di passioni più specificatamente tecnico-artigianali (quali la ceramica e la carnascialesca cartapesta), in una sfera di espressione libera, autentica, coaguli sofferti di una visione del modo e la sua catartica trasposizione estetica.
Centrale nell'opera di L. Picchi è la mutazione - oggi si direbbe genetica - naturale o drammatica, tra la materia metaforica e la forma, tra il caos e il segno simbolico e, in sostanza, tra l'empireo di un'opera d'arte e lo strazio di una vita a cui non si riesce a dare senso e forma, umana.
In questo l'artista tiburtino esprime al meglio la sensibilità dell'artista contemporaneo che si sviluppa intorno all'idea d'incessante mutamento ed interscambio fra elementi della percezione sensoriale
e quelli spirituali. Un'Arte che concepisce la condizione umana come testimone di una età che si auto-lacera o, tutt'al più, genera mostri o immagine ludiche e trastullanti. Affascinato dalle possibilità metamorfiche del corpo umano cerca di fissarne ogni mutamento in una sorta di trapasso di forme, in un divenire ambiguo tra forma e la sua negazione materica. L'artista, che appare al tempo stesso testimone e protagonista, con la sua opera non fa altro che rendere in qualche modo visibile, tattile se si vuole, l'instabilità esistenziale dell'uomo contemporaneo.
L'artista e il suo mondo, potrebbe essere il titolo riassuntivo di un percorso antologico, dove l'artista segue l'evoluzione della propria esperienza umana: da “ragazzo con uccello” alla serie dei cavalli che stramazzano a terra o che, prostrati, si protendono con difficoltà verso l'alto, alle avvolgenti sarabande di uomini ed uccelli che si muovono in tondo come una sorta di empireo-prigione, all'uomo al tempo stesso vittima ed artefice di una struttura fisico-societario alienante, al nuovo eroe che tenta di combattere, novello S. Giorgio, la bestia con un esito indefinito e mai definitivo, all'albero antropomorfo, matrice e gabbia esistenziale, al riflessivo e maturo Ciclo vitale, fino all'ultima formella, ove - in una sorta di autoritratto metastorico - l'artista pone se stesso e l'uomo in una sorta di crocifissione, sino all'urlo - senza voce - della propria esistenza.
Il richiamo all'atmosfera delle opere di E. Munch, pittore, appare più che un rimando culturale, ed è, in realtà, il perpetuarsi di una dramma storico dell'uomo e dell'artista che vorrebbe urlare' la propria angoscia, il dolore di ogni essere umano che soffre e piange, tra miseria e malattia, fisica e psichica, ma che non riesce che a tracciare afoni segni di disperazione.
Picchi, artista contemporaneo, che per scelta culturale e per contesti societari di pari angoscia e mutamenti, ripete o ritorna, daccapo, a produrre opere e segnali che testimoniano, oggi come un secolo fa, vizi pubblici e private, indicibili, paure. Si perpetua così un' era fatta di sentimenti forti, di tensioni emotive e di reazioni non più trattenute dalle buone maniere classiche, ma pronte ad esplodere oltre i confini del subconscio, oltre il gioco infantile e sterile di chi, facendo mestiere d'artista, chiede al critico di turno etiche e motivazioni.
L'arte di L. Picchi, per lo più, è rimasta, per una istintiva paura di mostrarsi senza riuscire a farsi ascoltare, nel chiuso del suo studio, dove unica possibilità di evasione quotidiana viene cercata e trovata nell'esercizio manuale di dare ludica forma alla materia, modellando maschere e modelli carnascialeschi. Autentici diaframmi metasimbolici, tra l'ordinato gesto delle chiave sulla creta (una sorta di strumento wizard) e le voci straniate e corrosive dell'umanità che ha voglia di autodistruggersi. Segnali che giungono nel suo studio, come ad un naufrago, solitario, da una radio sempre accesa.
Come un novello Noè pare che attenda il ritorno della colomba. Un segnale che lo inviti ad uscire, che lo stimoli a riprendere un dialogo.
Ma - mi chiede, dopo avermi a lungo guardato, in silenzio -
con chi?
Giuseppe F. Pollutri

