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Sculture




Biografia

Giuseppe Gentili nasce a Pollenza ( Macerata ) nel 1942, frequenta gli studi artistici e consegue il Diploma di Maestro d'Arte nel 1963. A venticinque anni espone le sue prime opere in scultura, con consenso di pubblico e di critica. Innovativo per la tecnica e per il materiale che adopera, realizza pannelli in basso rilievo, sbalzi in rame, bronzetti e numerose opere di grande dimensione: lavora con la fiamma ossidrica, mista alla fusione.

Di lui si interessano per il collezionismo: Charly Chaplin, che acquista tre opere; Federico Fellini, il regista delle favole folli; Pablo Picasso, che accetta l'offerta di un "Don Chisciotte", figura emblematica nella produzione dello scultore. L'artista iberico pone l'opera, alta più di due metri, nel parco della sua villa di Mongius ( Nice ), assegnando di fatto un riconoscimento alla genialità creativa dello scultore.

Espone a Montreal ( Canada ), impressionando per la drammaticità esistenziale delle opere, e a Nizza, città dove, in occasione del terzo "Grand Prix de New York", gli viene assegnata la targa "Plaquette d'or - Statue de la Libertè".

Nel 1979, l'artista si trasferisce a Spoleto, instaurando con il Festival dei Due Mondi un proficuo lavoro dialettico, che si traduce in mostre e in celebrazioni della sua arte ( Spoleto Magazine ).

Eccentrico ed anticonvenzionale, gestisce il mondo creativo con atteggiamenti di vita, che plasma come pezzi visivi: contesta e irride "il rispetto dell'arte ufficiale - che egli dice - in Italia combina grossi guai". Nascono così le tante sculture alla fiamma ossidrica, che diffonde in Italia e al'estero, entrando nelle case e nelle collezioni di molti privati.

La sua personalità può riassumersi con quanto racconta di sè stesso: "Non voglio essere chiamato contestatore, non m'interessa accordarmi ad una qualsiasi protesta. Io vivo per la mia arte e della mia arte. E chi non sa cosa sia l'Arte non può capirmi".

Al proclama, seguono opere di grosso spessore per l'impegno umano e la valenza sociale: dalla ricerca indirizzata verso episodi della Bibbia ( particolarmente drammatica la serie di Caino e Abele ) al volto di Cristo della Sindone, carico di tragedia; dal Don Chisciotte al grido de L'uomo di Sarajevo.

Dopo avere migrato in più luoghi, con ansia creativa, ora ( e per quanto ancora? ) risiede in campagna presso Camerino producendo la metafora della vita.


Critica

“In un mondo dominato dalla comunicazione e dagli spin doctors, gli artisti non esercitano più alcuna influenza. In una società dove l'otticamente corretto si sovrappone al politicamente corretto non c'è spazio per artisti e pensatori. Non resta allora che l'autoemarginazione. Un artista deve guardarsi dalla celebrità, deve restare anonimo e solitario.[…] L'arte reale - non quella virtuale dei mercati - ha bisogno di riappropriarsi dell'anonimato e della povertà”. Nel maggio dell'anno scorso mentre leggevo e condividevo pienamente queste acutissime riflessioni di Paul Virilio, un'istantanea associazione di idee mi ha portato a pensare al lavoro drammatico, solitario e per molti aspetti sconvolgente di Giuseppe Gentili, artista che potrebbe identificarsi perfettamente in quelle parole. Ufficialmente e ingiustamente il nome di Gentili non ha piena cittadinanza nell'odierno sistema dell'arte contemporanea, mondano, luccicante, superficiale, tutto business e niente sostanza, esemplarmente rappresentato dal teschio tempestato di diamanti di Damien Hirst o dall'Hanging Heart di Jeff Koons che ha battuto tutti i record di aggiudicazione.
Gentili, affiancato e rinfrancato solo dalla singolare figura di un mecenate illuminato come Antonio Cargini, ha finora scelto una sorta di ascetica e feconda autoemarginazione da cui è sorprendentemente nata una scultura inquieta, lacerata, ma soprattutto profondamente umana. Una scultura fatta di ferro e di fuoco che esprime crudamente la spietatezza, l'egoismo, l'ipocrisia e la violenza di un mondo costantemente messo - per l'appunto- a ferro e fuoco da vecchi e nuovi barbari, non solo con guerre ed eccidi ma anche con quell'indifferenza che continuamente annichilisce i deboli, gli indifesi, i poveri. Al di là dei soggetti scelti e sempre innervati da un infuocato impatto morale Gentili assembla, scolpisce o modella frammenti e flash di un apocalisse destinata ad annientare l'uomo e i suoi valori. Eppure, nelle sue opere dalla materia rappresa come lava, l'essere umano sopravvive sempre, magari carbonizzato e dilaniato, lacerato e mutilato.
Gentili ingaggia col ferro una sorta di furibonda lotta personale che anche da un punto di vista tecnico, nell'uso audace della fiamma ossidrica, non ha eguali in altri artisti, mettendo ogni volta a repentaglio la propria incolumità personale, come se lui stesso volesse in ogni opera autodistruggersi per poi rinascere.
E' oggi un privilegio assai raro quello di poter vedere un'opera carica di primordiale violenza e di un istintivo desiderio di denuncia come Il terrorismo, totem gigantesco ed impressionante, visionario ed apocalittico, in cui le forme e le presenze si divorano reciprocamente e senza sosta, con un crescendo d'orrore metamorfico che trova qualche paragone nei migliori film di fantascienza. Solo un artista dalla sensibilità estrema quale è Gentili può vivere sulla propria pelle, come se lo toccassero direttamente, tutte le guerre, i fanatismi e le stragi del mondo. E per Gentili l'atto creativo nasce proprio da un primario processo di autoidentificazione nella sofferenza che possiede una sconvolgente autenticità, oggi inconcepibile in un sistema dell'arte sempre più levigato e modaiolo. Lo stesso accade per i suoi tragici Cristi crocifissi e scarnificati come relitti post-atomici o per i suoi uomini sofferenti per la fatica di lavori umili e mal retribuiti e ridotti a larve dalla prepotenza e dallo sfruttamento. Ma al di là della singola resa iconografica conta il fatto che questi ribollimenti etici si facciano materia scultorea, portino il loro tormento all'interno del ferro e del bronzo, miracolosamente trasformandoli in pelle sensibile e corrucciata. In tal modo la fredda materia metallica diventa viva e soffre quasi come gli esseri di cui prende la forma.
Alle spalle di tutto questo c'è la lezione espressionista e poi informale tanto che Gentili riesce nell'impresa di realizzare una personale sintesi di queste due temperie con un linguaggio strettamente legato alle inquietudini, alla cattiva coscienza della nostra epoca e alla consapevolezza della liquida dissoluzione di ogni valore etico ed umano. Impressionante in tal senso è anche la proliferazione scultorea delle innumerevoli teste di uomini-funghi che sembrano sorgere dalla terra e che guardano verso l'alto, per cercare luce ed aria. C'è qui il senso profondo, espresso con potente efficacia, di tante vite disperate che anelano ad una speranza o ad una via d'uscita. E non a caso Gentili ha dedicato una mostra e diverse opere all'inarrivabile Charlie Chaplin ( da lui incontrato nel 1971), il creatore di Charlot, il povero che fantasiosamente si arrangia ma sempre con dignità, il personaggio che seppe conciliare e superare gli opposti, per parlare agli uomini e alle donne, ai bambini e agli adulti, agli intellettuali e agli analfabeti, ai ricchi e ai bisognosi. Ecco, nella scultura di Gentili, così intensamente umana e schietta, così radicata nella realtà eppur capace di volare alto, c'è anche l'anima poetica di Charlot e il suo linguaggio universale.
Gabriele Simongini

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