Sculture
Biografia
Scultore nato a Volterra il 28/08/1971.
Ha frequentato l’Istituto Statale d’Arte di Volterra, sezione alabastro.
Si è diplomato presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara, nella sezione di scultura.
Dal 1994 ad oggi ha preso parte a numerose esposizione collettive e personali e a vari simposi di scultura nazionali ed internazionali.
Nel 1996 esegue alcuni lavoro di restauro su marmi in posa in alcuni locali del Cremlino in Mosca.
Dal 2001 è scenografo della Compagnia della Fortezza di Armando Punzo.
Nel 2001 realizza alcune sculture per la scenografia del videoclip “Noi non ci saremo” dei C.S.I., premiato alla quinta edizione del MEI di Faenza come miglior videoclip dell’anno.
Nel 2003 collabora, con David Dainelli, alla realizzazione di una serie di sculture “modelli architettonici” per conto dell’architetto Vittorio Giorgini, rappresentante storico dell’architettura informale.
Nel 2003 realizza le scenografie per “I Pescecani”, con la regia di Armando Punzo, vincitore del premio UBU come miglior spettacolo dell’anno.
Nel 2008 realizza una scultura per la copertina del libro “Destinazione Pomarance” scritto da Piera Rolandi – ex -prima conduttrice del TG serale di Rai 2.
Ha realizzato sculture e modelli per conto dell’artista Mino Trafeli.
Ha collaborato all’allestimento di alcune sculture di Mauro Staccioli.
È docente dei corsi di scultura in alabastro presso il “Centro Interculturale Villa Palagione”.
Critica
Alessando Marzetti e le sue sculture
La materia che plasma con più passione, che gli è più congeniale, la sua “materia prima” insomma, quella che ama di più, che fa parte del suo bagaglio storico, ereditato di “autentico volterrano” è certamente l’alabastro. È un connubio, anzi un amore a prima vista che si percepisce immediatamente guardando le sue opere esposte nel suo fondo in via dei Labirinti. Eppure Alessandro Marzetti non è solo un giovane grande scultore di alabastro. Fa vivere ogni pietra che prende in mano, al di là della resistenza, delle difficoltà che incontra nello scolpirla, per far nascere, con l’aiuto degli strumenti più idoneii, le idee della sua mente, piena di estro, fantasia e invenzioni. D’altronde il suo percorso di studi spiega questa sua completezza: dalla scuola d’arte di Volterra al diploma dell’Accademia di Carrara.
E a proposito di materie da scegliere per scolpire mi piace sottolineare come Alessandro abbia una cura particolare, frutto di studi e ricerche.
Per la splendida stele, in memoria delle vittime della strage di Niccoletana, nel sessantesimo anniversario della liberazione, presentava al simposio di Montecatini Val di Cecina nell’estate del 2004, Alessandro ha scelto la “selagite”, pietra arenaria particolare, tipica di Montecatini e del voterrano. Ne sono esempio inconfondibile le “tre teste etrusche” della Porta all’arco di Volterra, conosciute in tutto il mondo. La sua scultura, sistemata dal comune di Castelnuovo nel giardino della piazza principale del paese, rappresenta un gruppo di figure umane imprigionate da una mano simbolica, ma protese verso la libertà e la vita. Altrettanto emozionante e carica di forza vitale l’abbraccio di un uomo e una donna che cercano con la forza la libertà: è la scultura all’ingresso del teatro romano di Volterra, eseguita sempre per i sessant’anno della resistenza in val di Cecina.
E mi piace ricordare ancora, legato al discorso della scelta ragionata del materiale da scolpire, un “albero” di Alessandro Marzetti: un albero di pietra di Sarnico, posto davanti a un asilo del paese di bresciano, Sarnico appunto. È stato eseguito durante una manifestazione dal titolo suggestivo – Scolpire in Piazza.
Ma ritorniamo al primo vero amore del giovane scultore volterrano: l’alabastro.
Il suo lavoro accanto all’architetto Vittorio Giorgini di Firenze, che si è protratto per alcuni mesi, gli ha aperto strade importantissime per riuscire a plasmare il vuoto, a giocare con la rotondità della materia, dando alle sue sculture una sintesi poetica che è il risultato più straordinario della sua personale sensibilità. Lo si è visto e fortemente sentito a Pisa, a Volterra davanti ai suoi lavori esposti nelle mostre di “generazioni in arte”. Questa sua sensibilità plastica, unita alla sua originalità espressiva, fanno di Alessandro Marzetti anche uno scenografo di grande valore. Ormai celeberrime le sue mirabolanti scenografie per gli spettacoli della compagnia della Fortezza di Armando Punzo a Volterra. Genet, Pasolini, Brecht, Weiss sono per Marzetti la spinta ideale per le sue fantasmagoriche invenzioni, nelle quali si avvalgono e si muovono gli attori.
Per concludere questo breve scorcio del lavoro artistico di Alessando Marzetti, mi piace ricordare il suo ultimo lavoro: una meravigliosa Rocca Sillana, imponente costruzione di origine etrusca che domina la valle del Cecina, fra Volterra e Pomarance. Una “Rocca d’alabastro”, spinta dai caldi vapori della terra di Larderello, che vola fra il mare e il cielo, nei secoli, all’infinito.
2008 – Piera Rolandi
Alessando Marzetti
Poco più che ventenne, ha già accumulato notevole esperienza, sia negli anni della sua formazione, durante i quali ha seguito un percorso uniforme – dalla sezione alabastro fino al diploma di scultura presso l’accademia di Carrara – sia nella carriera, provandosi in esposizioni personali e collettive, simposi di scultura e scenografie teatrali. Fin dai suoi primi saggi, lo scultore mostra di aver assimilato con dovizia la lezione dei grandi maestri del ‘900, con una particolare attenzione a Brancusi e Giacometti, non solo per le loro soluzioni formali, ma anche per le tematiche da loro affrontate. In “Vedova abruzzese”, per esempio, un’opera del ’99, la levigatezza della lavorazione crea ampie superfici su cui la luce scivola in maniera avvolgente, mettendo in risalto la delicatezza degli effetti plastici. La deformazione delle figure, infatti, non annulla i caratteri essenziali delle raffinate fisionomie, ma ne sottolinea l’assolutezza formale: ogni particolare decorativo è eliminato e l’opera non è più un episodio di una narrazione, ma tende alla sintesi di oggetto e spazio, offrendo totemici volti stilizzati agli effetti unificanti della luce. Anche laddove il riferimento realistico lascia il posto all’astrazione, emerge l’organicismo di fondo e prende rilievo una sorta di antropomorfismo simbolico. Le più risolte appaiono quelle sculture di alabastro costruite con raffinatissime trame filiformi che si dipanano nello spazio a racchiudere porzioni di vuoto che divengono, così, significanti. Una sorta di calligrafia scultorea in cui nastri di materiale lavorato con calda delicatezza disegnano forme nello spazio racchiuse in sottili, leggere gabbie cubiche, segni di limiti che non sono visti nella loro negatività di strutture opprimenti, ma nella loro funzione positiva di misuratori dello spazio. Allora la formidabile invenzione formale di gesti scultorei che acquistano sostanza se riescono a comprendere in se frammenti spaziali definiti, riconoscibili, diviene sintesi di ragione ed emozione, astrazione e realismo. Se lo spazio infinito e informe prende significato quando una sua piccola porzione è percorsa da una flebile segnale della presenza umana, significa che è possibile sciogliere positivamente quella dualità. Una dualità che ritorna nell’altro gruppo di sculture in cui le superfici specchianti ripropongono la vexata quaestio del rapporto tra realtà e il suo doppio, rispetto alla quale Marzetti indica una soluzione di annullamento delle differenze di abbattimento delle gerarchie: tra fronte e retro non ci può essere rapporto di dipendenza gerarchica poiché sono entrambi aspetti diversi e complementari di un’unica realtà. Anche tra oggetto e figura umana si annulla ogni differenza valoriale; semmai il loro incontro provoca un processo di metamorfosi che modifica entrambi. Plasmare il vuoto basandosi sulla personale fine sensibilità della pietra e le tecniche della lavorazione sembra essere il nucleo poetico dell’attuale ricerca scultorea di Alessandro Marzetti, forse in ciò indirizzato dalla sua collaborazione col regista Armando Punzo, per cui ha costruito scenografia dalla forte connotazione cubo-espressionista. “Raccontare il vuoto. L’azione che sembra cadere nel vuoto. I tentativi falliti. Il vuoto tra una parola e l’altra. Gli intervalli di vita che sfuggono ad ogni controllo” sostiene Punzo. È L’azione dell’uomo, cioè, che riempie il vuoto indistinto; basta lanciare un segno e il vuoto prende forma. Compenetrazione di pieno e di vuoto, come nell’altro gruppo di sculture c’è compenetrazione tra oggetto e figura umana che approda a soluzioni di organicismo antropomorfo. “Molto intendimento in pochi segni” affermava Algarotti per indicare la straordinaria capacità sintetica del disegno. Analoga espressione potremmo usare per i segni plastici di Marzetti, ad indicare la loro elevata qualità espressiva. E a suggerire una strada ricca di concrete potenzialità di sviluppo.
2005 - Ilario Luperini, presentazione in catalogo
La Selagite e… Alessandro Marzetti
Nel suo “Viaggio da Ligia a Caporciano” in compagnia dell’amico volterrano, Cavalier Giuseppe Maria Riccobaldi Del Bava, il Targioni Tozzetti così descrive il terreno su cui è costruito il castello di Montecatini:
«[…] Salendo […] verso Monte Catini incontrai molti filoni di certa Pietra Arenaria, similissima alla Pietra Serena della Golfolina, senonché è tutta quanta seminata di certi Corpi parallelepipedi, grandi quanto un Pisello, i quali si sfaldano tutti in sottilissime lamine di rozzo Talco lucente, ma opaco, di color di bronzo, o verdognolo. […] Ella si addopra nel paese, ed in Volterra per le fabbriche, appunto come la Pietra Serena della Golfolina; sebbene ha i medesimi difetti, particolarmente di sfarinarsi, posta che sia per lungo tempo allo scoperto, e molto più a cagione de’ cogoli di Talco, che sono meno duri del rimanente della pietra, e si sfaldano con troppa facilità. […] Nell’antica Porta all’Arco di Volterra, vedonsi tre teste colossali fatte di questa Pietra, la quale è talmente corrosa dall’aria di Mare, che più non se ne ravvisa la forma. […] Ma comunque siasi, la suddetta Pietra di Monte Catini ha resistito allo scoperto molto meno che la Panchina, di cui è fabbricato l’Arco saldissimo, dove sono incastrate le suddette teste» (G. Targioni Tozzetti, “Relazioni d’alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana per osservare le produzioni naturali e gli antichi monumenti di essa”, Tomo III, Firenze 1769).
La roccia di questo «scoglio trachitico con fianchi dirupati» (B. Lotti, Roma 1884), un tempo chiamata anche Montecatinite, fu riconosciuta come Minetta, Andesite micacea, Trachite femica, ma soprattutto come Selagite, o meglio ancora come «Pietra di Montecatini».
Il nome Selagite le fu attribuito dal geologo Paolo Savi (Pisa, 1839) con riferimento proprio alla brillantezza dei numerosi piccoli cristalli di biotite (mica) presenti nella struttura del corpo roccioso.
Roccia compatta, di colore variabile dal marrone scuro al nero, con struttura colonnare intensamente fratturata, è stata impiegata fin dall’antichità, forse anche per la sua facilità di lavorazione, sia come roccia da muratura e da pavimentazione, sia come pietra da cantoni, cioè per stipiti, lastrici, scalinate.
A Montecatini ed anche in località limitrofe, numerosi elementi architettonici e decorativi presenti in costruzioni e monumenti stanno a dimostrare quanto ampio uso sia stato fatto di questa nostra trachite.
Già nell’antichità etrusco-romana fu utilizzata a Volterra, oltre che per le tre teste che ornano la Porta all’Arco, anche per le scalinate del Teatro Romano; fu poi impiegata, sia come pietra da costruzione per la realizzazione della medioevale Torre Belforti (alternata a filamenti di calcare alberese) e di molti altri fabbricati, sia come pietra ornamentale per l’arredo urbano di Montecatini; venne inoltre usata anche per costruzione del campanile quadrato con guglia ottagonale, alto 42 metri, innalzato nel 1855 dall’architetto Bellincioni a Peccioli.
Nell’affioramento trachitico di Montecatini, fino ad alcuni decenni fa, erano ancora aperte due cave, una in località Malomo, l’altra in località San Marco. Entrambe appartenevano alla famiglia Cappelli, provetti maestri scalpellini, uno dei quali, Ireneo, quando nella seconda metà del 1800 dalle suddette cave veniva estratta una quantità media di 1400 metri cubi annui di materiale lapideo, fu impegnato proprio nella costruzione del citato campanile di Peccioli (A. Schneider, Firenze 1890).
La cava di San Marco, tra l’altro censita come cava storica, dove sono ancora visibili alcuni blocchi lapidei più o meno squadrati, è stata recentemente riattivata per il reperimento di roccia utile per la pavimentazione del chiostro della curia vescovile attiguo al duomo di Volterra.
Negli ultimi anni, però, la Selagite è stata riscoperta per un utilizzo diverso da quello tradizionale. Un utilizzo che fa ancor più risaltare ciò che, insieme alla particolarità dei colori, è la sua caratteristica ornamentale principale: la lucentezza, derivata proprio dalla non rara presenza nel corpo roccioso «[…] delle vene e dei noduli di quarzo ed anche di una materia verdastra simile all’aspetto alla serpentina, contenente della pirite di ferro ed anche raramente della calcopirite» (A. Schneider, Firenze 1890).
Questo grazie all’idea di giovani scultori del laboratorio “Itineraria” che hanno scelto di utilizzare la nostra pietra per alcune delle loro realizzazioni.
È al Simposio di Scultura tenutosi a Montecatini nel 2001, che si deve la rivalutazione della Selagite e la sua definitiva valorizzazione come materia per creazioni artistiche. Da allora è possibile ammirare a Montecatini, ma anche nei paesi vicini, opere scultoree in pietra locale che, tra l’altro, ben si integrano con il paesaggio e con il contesto culturale del territorio in cui sono collocate.
“La porta della miniera”, “Spinta in miniera”, “Riposo del minatore”, “Utensile”, “Legami”, sono solo alcuni dei lavori degli artisti del laboratorio volterrano. E fra questi ragazzi, mi è gradito ricordare Alessandro Marzetti, scultore giovane ma già ben conosciuto ed apprezzato per la sua abilità, che gode oltretutto, e non sembri cosa da poco, anche della stima del più importante e severo critico volterrano.
Osservandolo mentre lavora ed ammirando poi le sue opere finite, si ha l’impressione d’intravedere in lui una particolare affinità con la Selagite, uno straordinario legame istintivo con la pietra caratteristica di Montecatini.
Tra i suoi lavori in pietra locale, penso meriti una particolare citazione la scultura elaborata nel Simposio svoltosi a Montecatini nell’estate 2004: una stele in ricordo delle vittime della strage della Niccioleta, per il sessantesimo anniversario della Liberazione.
Una creatura in Selagite, che rappresenta un gruppo di figure umane annientate, imprigionate da una mano simbolica, protese però alla ricerca della libertà e della vita, a cui Alessandro affida il ricordo delle vittime di uno dei più efferati massacri compiuti in quella che giustamente è stata definita «guerra ai civili».
L’Amministrazione comunale di Castelnuovo Val di Cecina ha voluto onorare la memoria del dramma umano vissuto sessanta anni fa, erigendo la stele realizzata da Alessandro Marzetti nel giardino della piazza principale dal paese.
Penso a quanto i genitori e soprattutto i nonni di Montecatini, Silvana e Nello, debbano sentirsi particolarmente orgogliosi, non solo di questa sua creazione commemorativa ma di tutta l’attività scultorea di Alessandro, che ha saputo, tra le altre cose, così ben coniugare il suo indubbio estro artistico con la Selagite, la pietra su cui posa il paese delle origini materne.
2004 - Fabrizio Rosticci

