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15° Concorso Internazionale Scultura da Vivere “ItalyaItali”


15° CONCORSO INTERNAZIONALE SCULTURA DA VIVERE
“ItalyaItali”

Cuneo, 24 settembre – 2 ottobre 2011


REGOLAMENTO GENERALE


Art. 1 Il Concorso Internazionale Scultura da Vivere è rivolto a studenti delle Accademie di Belle
Arti italiane ed estere. La partecipazione è gratuita.
Art. 2 L’edizione 2011 del Concorso ha per tema “ItalyaItali”, che potrà essere elaborato
attraverso i molteplici linguaggi della scultura al fine di proporre progetti idonei all’inserimento in
ambiente esterno.
Art. 3 La scheda di adesione al Concorso dovrà essere inviata al fax numero 0171 603649 o
spedita a Fondazione Peano – Corso Francia, 47 – 12100 Cuneo – E-mail:
segreteria@fondazionepeano.it - entro il 18 giugno 2011.
Art. 4 Improrogabilmente entro il 9 luglio 2011, e pena l’esclusione dalla procedura di valutazione,
dovranno pervenire alla Fondazione Peano – Corso Francia, 47 – 12100 Cuneo:
- n°1 bozzetto tridimensionale realizzato con tecnica libera;
- n°2 fotografie del bozzetto in formato digitale a colori su CD su cui dovranno essere indicati
il titolo dell’opera, il nome dell’Accademia e del docente, le generalità dell’autore del
bozzetto (nome, cognome, indirizzo, telefono, e-mail);
- Relazione descrittiva del bozzetto: n°1 copia cartacea in formato A4 e n°1 copia in formato
Word su CD su cui dovranno essere indicati il titolo dell’opera, il nome dell’Accademia e del
docente, le generalità dell’autore del bozzetto (nome, cognome, indirizzo, telefono, e-mail);
La relazione descrittiva dovrà contenere, oltre ad informazioni relative alla concezione dell’opera,
indicazioni di massima relative alla sua realizzazione ed alle dimensioni reali.
Art. 5 Le opere viaggiano a carico del partecipante e non verranno valutati ed esposti i bozzetti
pervenuti danneggiati.
Art. 6 La partecipazione al Concorso comporta automaticamente l’autorizzazione alla Fondazione
Peano ad esporre e/o pubblicare le opere con l’unico obbligo della citazione dell’autore.
Tutte le opere presentate saranno inserite nel Catalogo ed esposte in Mostra.
Art. 7 Le opere in bozzetto premiate dalla Giuria rimarranno di proprietà della Fondazione Peano,
che si riserva di esporle presso la sua sede o durante eventi espositivi.
Art. 8 Le opere in bozzetto non classificate, se non ritirate entro il 30 novembre 2011, rimarranno
di proprietà della Fondazione Peano che si riserva di esporle.
Art. 9 La Giuria assegnerà agli autori delle prime tre opere in classifica delle Borse di Studio del
valore di seguito descritto:
1° Classificato: 3000 euro; 2° Classificato: 2000 euro; 3° Classificato: 1000 euro
L’opera prima classificata, su parere della giuria, dovrà essere realizzata entro otto mesi dalla
premiazione, in materiale non deperibile e non pericoloso per i fruitori degli spazi all’aperto ed
avere una cubatura di almeno 5 mc. di inviluppo.
La Fondazione Peano contribuirà alla sua realizzazione fino alla concorrenza spese di 5000 euro
rimanendone proprietaria, e indicherà un’area verde della Città di Cuneo per la sua collocazione.
Art. 10 La giuria sarà composta da tre personalità del mondo dell’arte, da un rappresentante del
Comune di Cuneo e dal Presidente della Fondazione Peano.
La giuria classificherà tre opere tra quelle partecipanti al Concorso e si esprimerà circa la
realizzazione dell’opera prima classificata.
Art. 11 Gli autori delle opere classificate ed i relativi docenti, tempestivamente avvisati, saranno
invitati alla premiazione e ospitati dalla Fondazione.
La Mostra verrà inaugurata il 24 settembre 2011 alle ore 18.
La scultura prima classificata al Concorso Internazionale Scultura da Vivere 2010 con tema
“Il gusto e lo stile” sarà scoperta il 24 settembre 2011, alle ore 17,00
FONDAZIONE PEANO – CORSO FRANCIA, 47 – 12100 CUNEO - ITALY – TELEFONO e FAX 0171/603649
Cod. Fisc. 96034820041 – Reg. Persone Giuridiche Tribunale di Cuneo n. 223
E-mail: presidenza@fondazionepeano.it - segreteria@fondazionepeano.it – www.fondazionepeano.it
“Bella Italia, amate sponde” invocava Vincenzo Monti alle soglie di quel XIX secolo che
avrebbe visto il Risorgimento: il suo grido segnava l’entusiasmo momentaneo per un nuovo
presunto liberatore o, forse, era solo una reminiscenza petrarchesca o un fregio neoclassico. Il
fatto è che di lì a pochi anni, al congresso di Vienna, il principe di Metternich avrebbe ancora
enunciato la sprezzante sentenza secondo cui “Italia” non era se non un’espressione geografica.
Eppure in pochi decenni la situazione precipitò e, in un complesso gioco di pesi e contrappesi
politici, nel 1861 l’unità e indipendenza dello Stato italiano era cosa fatta. Vero è che, proprio in
quegli anni, Massimo D’Azeglio, uno dei padri della patria, lamentò che gli Italiani erano “ancora da
fare“. Questo era il vero problema: all’unità territoriale sotto il controllo di una élite politica e sociale
non corrispondeva un’adeguata fusione e integrazione popolare. Del fatto era consapevole persino
un entusiasta garibaldino come Giuseppe Cesare Abba: pur ricostruendo a distanza d’un
ventennio l’epica impresa dei Mille, cui aveva partecipato da volontario, non dimentica di riportare,
nelle sue “Noterelle”, un istruttivo colloquio con un giovane frate siciliano. Questi, perplesso,
obietta che “unire l’Italia” non è “farne un grande e solo popolo”, ma farne “un solo territorio” e “in
quanto al popolo, solo o diviso, se soffre, soffre“; nemmeno la promessa di libertà e scuole è
convincente, “perché la libertà non è pane, e la scuola nemmeno“. Alla domanda del garibaldino
“Dunque che ci vorrebbe per voi?” padre Carmelo, l’interlocutore, risponde: “Una guerra non contro
i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppressori grandi e piccoli“. Con molta semplicità e grande
anticipo enunciava la tesi di Gramsci che individua, quale difetto d’origine del Risorgimento, la
mancata rivoluzione sociale.
Che cosa è stato, dell’Italia e degli Italiani, in questi ultimi centocinquant’anni? Molti sono gli
eventi e molti anche i traumi che hanno plasmato la società di cui facciamo parte. Pur senza
pretendere di sintetizzare in poche pagine i mutamenti intervenuti e le loro cause, vorremmo tentar
di individuare, per sommi capi, alcune linee di sviluppo della nostra storia.
L’Italia postunitaria rivelò immediatamente le sue disarmonie. Non furono pochi quanti
videro nel nuovo Stato una potenza occupante: ad esempio, la repressione del brigantaggio
meridionale assunse talora i connotati d’una vera e propria guerra civile, alimentata dal rifiuto della
coscrizione obbligatoria, che toglieva braccia al lavoro. Un Parlamento eletto su basi censitarie
esprimeva governi più o meno sensibili ai bisogni delle masse. Ma, almeno nel Nord, un larvato
sviluppo economico favorì un avvio di organizzazione sindacale e politica della classe subalterna,
sia pure con episodi di intolleranza militare approvati dalla Corona, come l’uso dei fucili ordinato
dal generale Bava Beccaris contro i manifestanti d’un corteo popolare a Milano. Nel Sud invece,
mantenuto deliberatamente nella logica del latifondo e della malavita organizzata, non c’era
soluzione per la sopravvivenza materiale di larga parte della popolazione contadina, e fu così che,
tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, acquistò proporzioni bibliche l’esodo di massa verso le
Americhe ed altre mete dell’emigrazione (fenomeno che, peraltro, coinvolse anche molti Italiani del
Centro-Nord, viventi in zone meno fortunate quanto a risorse economiche).
Il giovane Stato, la “Terza Italia” umbertina, attraverso le relazioni internazionali e persino
l’avventuroso tentativo di entrare nel concerto delle potenze coloniali, tentava di giocare fra alterne
fortune un ruolo di medio-grande statura; ma l’esubero di forza-lavoro lo costrinse ad incrementare
la politica dell’emigrazione. Fu così che in pochi decenni milioni di Italiani si fecero conoscere, e
spesso si stabilirono definitivamente, in varie parti del mondo e specialmente nell’America del Nord
e del Sud, attirando l’attenzione di molti popoli per i quali il nome “Italia” era stato, fino ad allora,
evocativo di vaghe approssimazioni. E, dunque, quando all’interno del nostro Paese non era
ancora del tutto chiaro che cosa fossero l’Italia e gli Italiani, furono molti gli stranieri che, vedendo
affluire folle di immigrati, cercarono una definizione di “Italy”, spesso fermandosi ai luoghi comuni e
al razzismo strisciante d’un contatto superficiale con i nuovi venuti. Già nel 1904 il fenomeno ebbe
un cantore in Giovanni Pascoli che, in epigrafe, dichiarò il suo poemetto “Italy” “sacro all’Italia
raminga”. Ma al poeta non sfugge il ribaltamento delle prospettive, quando sottolinea l’estraneità
all’arcaico mondo contadino di Garfagnana d’una piccola figlia d’emigrati in temporanea visita nelle
terre degli avi: qualcuno azzarda esitante, nei confronti della “poor Molly”, la bambina, una
domanda, “You like this country…”, e la risposta netta e immediata è “Oh no! Bad Italy! Bad Italy!”.
Che cosa sarebbe stata, per molti anni a venire, “Italy” per gli Americani? La terra d’origine dei
gangster e degli anarchici come Sacco e Vanzetti, giustiziati ingiustamente forse proprio per la loro
radice etnica? Oppure la base di partenza dei La Guardia, dei Cuomo, delle Pelosi, giunti ai vertici
della società americana quali esponenti di una comunità che, oggi, a sua volta, spesso esprime
atteggiamenti di rifiuto nei confronti d’altri, nuovi arrivati di ondate successive?
E’ in parte verità storica, e in parte retorica nazionalistica, l’interpretazione della Grande
Guerra come primo vero e proprio “melting pot” degli Italiani: indubbiamente, in tre anni abbondanti
di vita e lotta comune, i maschi italiani delle più svariate provenienze e in età di servizio militare in
trincea si conobbero, meglio che non in precedenti occasioni, nelle rispettive virtù e negli eventuali
difetti. In qualche misura impararono a convivere o anche solo a sopportarsi, diventando in
seguito, ciascuno nella sua provincia, ambasciatori delle acquisite conoscenze. Questo non
significò una definitiva armonica fusione tra genti con retroterra e situazione attuale così differenti;
ma anni di cameratismo e, per le famiglie, il duro prezzo di tanti dolori furono forse il primo vero
cemento d’un popolo riconoscibile come tale. Non che i traumi della storia fossero finiti: nel
dopoguerra alcuni fattori, come le lotte sociali, lo scontento dei reduci, l’illusione di molti d’un futuro
di stabilità e persino di grandezza, sfociarono nella soluzione autoritaria del fascismo. Furono circa
vent’anni in cui la ridicola scenografia del Nuovo impero romano non bastò a nascondere, con le
forzature dell’autarchia, la mancata soluzione dei problemi politici e sociali di fondo. Oggi è di
moda rivalutare molte tra le istituzioni volute dal regime: certo alcuni progressi della vita civile
furono favoriti da indovinati interventi governativi. Ma l’inquadramento della società italiana nei
rigidi schemi dello Stato fascista era illusorio; tant’è che, dopo i primi scricchiolii, la posticcia
costruzione crollò sotto i tragici colpi della seconda guerra mondiale, e l’intera società precipitò in
un marasma che, spesso, si configurò di nuovo come vera e propria guerra civile.
Dalla lotta partigiana, dal gioco delle grandi potenze, dal ritorno alla vita politica attiva
sarebbe nata, dopo meno d’un secolo, la nuova Italia; ma occorreva, per un adeguato sviluppo, un
mutamento radicale delle istituzioni: in questa luce va letta la trasformazione dello Stato italiano in
una Repubblica e, soprattutto, va celebrato quell’autentico miracolo normativo che è la nostra
Costituzione. Un‘Assemblea costituente in cui pure si confrontavano forze di opposta ispirazione
seppe dar corpo ad una Carta di riferimento in cui l’intero popolo italiano si poteva riconoscere: dai
valori che la Costituzione espresse veniva delineata la fisionomia di un’Italia finalmente davvero
unita, in cui le differenze di opinioni e di proposte non erano se non le componenti d’un normale
dibattito politico. Lungi da noi l’ingenua convinzione di un’improvvisa irenica fratellanza: le
divergenze di vedute e di interessi, e le relative lotte politiche e sociali, non scomparvero di certo
dalla nuova Italia ma, da allora, entro un comune quadro di riferimento.
Che dire degli anni compresi tra la ricostruzione ed oggi? Molti di noi li hanno vissuti, in toto
o in parte, e sanno quali e quanti sono i rapidi mutamenti attraverso cui la società italiana del
secondo dopoguerra è passata. Prima il boom economico determinò l’emigrazione interna da Sud
a Nord, con il progressivo depauperamento delle regioni meridionali. Forse il fenomeno più
interessante è stato, tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, la radicale trasformazione del tessuto
urbano in molte città settentrionali, irriconoscibili nel giro di ben poco tempo. Un esempio per tutti è
quello di Torino, fino ad allora città industriale relativamente tranquilla, in grado d’assorbire, tutt’al
più, manodopera della provincia piemontese: in pochi anni è diventata la terza città meridionale
d’Italia ed, oggi, trovarvi un abitante d’origine piemontese non è poi così facile. L’assorbimento è
stato rapido, ma non del tutto indolore: l’accoglienza ha risentito, all’inizio, delle diffidenze e dei
timori consueti in questo genere di circostanze; e, com’è naturale, oggi non tutti sono soddisfatti
dell’evoluzione intervenuta.
Seguì un periodo piuttosto travagliato: le lotte operaie e studentesche, prima, durante e
dopo l’ormai mitico Sessantotto, comportarono altri grandiosi mutamenti non solo nei rapporti tra le
generazioni; spesso purtroppo, però, diedero luogo a violenti tentativi di modificare l’assetto
sociale secondo schemi astratti, ma non per questo meno pericolosi. Un’altra moda del nostro
tempo è quella di deprecare gli eventi e le conseguenze del Sessantotto e dintorni; non vorremmo
entrare nel merito d’un giudizio, ma è fuori di dubbio che molte e radicali furono le novità che
l’insieme dei fenomeni economico-sociali di quel periodo produsse: dalla scolarità di massa alla
partecipazione appassionata al dibattito politico, dalla diminuzione sensibile del gap tra città e
campagna alle conquiste operaie, dal grande sviluppo economico d’un Paese pur povero di
materie prime all’allargamento di un certo benessere alle classi meno agiate; per finire, nel bene e
nel male, con l’omologazione determinata dal diffondersi della televisione, un fenomeno previsto
con largo anticipo da Pier Paolo Pasolini.
Ed oggi? Non è nostra intenzione abbandonarci al pessimismo e ripercorrere nel dettaglio
la cronaca delle delusioni e delle crisi che nel passaggio tra i due millenni la società italiana ha
conosciuto. Il quadro però, in molti suoi aspetti, non appare consolante: un Paese spaccato
irrimediabilmente a metà, in senso geografico e, ancor più, politico; il disprezzo programmatico
delle regole e i pericoli per la democrazia; il dilagare dell’evasione fiscale e della malavita
organizzata; la “dislocazione” dell’attività industriale e l’impoverimento della nostra economia; la
povertà e la disoccupazione che minacciano specialmente i giovani; una situazione demografica
che vede salire di anno in anno la percentuale degli anziani e dei vecchi nella prospettiva della
cosiddetta “crescita zero”; e, naturalmente, disagio, disorientamento e abulia di chi appartiene alle
nuove generazioni e spesso vede la fuga all’estero come unica soluzione ancor prima esistenziale
che economica. E’ così che noi stessi ci vediamo? Oppure esistono le premesse per una smentita
di queste tetre analisi e fosche previsioni? Che cos’è per noi, in una parola, l’Italia?
E che cos’è “Italy” per chi ci vede dal di fuori? E’ ancora, il nostro, il “bel paese là dove il sì
suona” la meta del "grand tour", la terra dove fioriscono i limoni rimpianta dalla goethiana Mignon?
Oppure è il territorio di dominio di mafiosi e camorristi, l’oggetto di ghiotte rapine dall’interno e
dall’esterno, la sede d’una popolazione indegna delle meraviglie che la natura e la storia le hanno
offerto?
Da che cosa può venire la speranza? Forse dal trasformarsi del nostro Paese in un altro
“melting pot”, arricchito dall’apporto del nuovo sangue di milioni di stranieri che in questi ultimi anni
ci hanno raggiunti? Il fenomeno si ripete: le nostre città, ed anche le nostre campagne, si sono
ancora una volta trasformate nel loro tessuto sociale con l’arrivo dei nuovi Italiani; e, anche in
questo caso, c’è chi duramente si oppone ad un forse fatale passaggio della storia. Ma,
probabilmente, fra un paio di generazioni tutto si sarà assestato con una benefica ibridazione:
d’altronde, non è quanto è già avvenuto, nel corso dei secoli, da noi e in tante altre parti del
mondo?
Questi sono i quesiti a cui, nell’ardua forma della scultura, sono chiamati a rispondere i
partecipanti al Concorso Scultura da vivere del 2011. Non è un compito facile; ma, come sempre, i
giovani concorrenti sapranno interrogare se stessi con sincera profondità e dare forma d’arte ai
loro sentimenti e pensieri.
15° CONCORSO INTERNAZIONALE SCULTURA DA VIVERE
“ItalyaItali”
Cuneo, 24 settembre – 2 ottobre 2011
ALUNNO: ...............................................................................................................................
DATI ANAGRAFICI......................................................................................................................
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I FIRMATARI DELLA PRESENTE PRENDONO ATTO DI AVER VISIONATO IL BANDO DI CONCORSO E AUTORIZZANO L’INSERIMENTO DELLE INFORMAZIONI
PERSONALI NELLA BANCA DATI DELLA FONDAZIONE PEANO. I DATI POTRANNO ESSERE UTILIZZATI UNICAMENTE PER LE ATTIVITÀ DELLA FONDAZIONE. TALE
AUTORIZZAZIONE POTRÀ ESSERE MODIFICATA O REVOCATA IN QUALSIASI MOMENTO (ART. 13 D. LGS. 196/2003 CODICE DELLA PRIVACY).
DATA.....................................….
FIRMA DELL’ALUNNO FIRMA DEL DOCENTE
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VISTO DEL DIRETTORE TIMBRO DELLA SCUOLA
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Cod. Fisc. 96034820041 – Reg. Persone Giuridiche Tribunale di Cuneo n. 223
E-mail: presidenza@fondazionepeano.it - segreteria@fondazionepeano.it – www.fondazionepeano.it
S C H E D A D I P A R T E C I P A Z I O N E
DA PRESENTARE ENTRO IL 18 GIUGNO 2011
DA COMPILARE IN STAMPATELLO IN MODO CHIARO E LEGGIBILE


No

No

09/07/2011 23:00
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